Si può vivere fino a 100 anni? Sì, è possibile. Ci sono, infatti, al mondo almeno cinque località dove la gente ha aspettative di vita eccezionalmente lunghe, spesso oltre il secolo. Queste sono le cosiddette «zone blu» del mondo, fra cui la Sardegna (in particolare l’Ogliastra), l’isola di Okinawa in Giappone, l’isola di Ikaria in Grecia, la comunità Avventista di Loma Linda in California e la penisola di Nicoya in Costa Rica. Il dottor Franco Berrino ha descritto lo stile di vita vincente delle 5 «zone blu» del mondo in questo articolo.

Si può vivere fino a 100 anni?

Nessuno ovviamente può garantirci che vivremo sani e attivi fino a cento anni, ma possiamo imparare molto dallo stile alimentare di chi quell’età l’ha raggiunta davvero

Ci sono, infatti, al mondo almeno cinque località dove la gente ha aspettative di vita eccezionalmente lunghe, spesso oltre il secolo. Sono le cosiddette «zone blu» del mondo, fra cui la Sardegna (in particolare l’Ogliastra), l’isola di Okinawa in Giappone, l’isola di Ikaria in Grecia, la comunità Avventista di Loma Linda in California e la penisola di Nicoya in Costa Rica. Apparentemente le diete di queste cinque aree sono molto diverse l’una dall’altra, ma ciò che le accomuna tutte sono la semplicità, la sobrietà e, nelle abitudini delle persone più anziane, la mancanza di cibo industriale.

Le «zone blu» del mondo

I centenari della Sardegna hanno passato la loro vita in zone di montagna, dove coltivavano il loro cibo, il grano, l’orzo, le verdure, i fagioli, dove pascolavano le pecore e mangiavano il formaggio pecorino, ricco dei grassi omega-3 e delle sostanze antinfiammatorie delle erbe selvatiche, ma solo raramente la carne. 

I centenari di Loma Linda evitano tabacco, alcol, caffè e sono prevalentemente vegetariani. Gli studi epidemiologici sugli Avventisti confermano, inoltre, che, rispetto a chi mangia carne, i vegetariani e i vegani muoiono significativamente meno, ma i più protetti sono i cosiddetti pesco-vegetariani, cioè coloro che consumano prevalentemente cereali e verdure ma anche un po’ di pesce.

In Ikaria, Grecia, la gente segue una dieta tipicamente mediterranea, a base di cereali integrali, molta frutta, verdura, erbe selvatiche, latte di capra e anche vino, e poco cibo animale. 

I centenari di Okinawa ricavavano gran parte delle calorie dalla patata dolce, dal tofu, dalle verdure del loro orto (famoso il melone amaro), dal pesce e, solo occasionalmente, mangiavano maiale. 

I centenari di Nicoya, infine, seguono la dieta tipica del Centroamerica, con mais, fagioli e zucca (las tres hermanas). 


Ma non è solo il cibo che conta. Chi vive nelle zone blu del mondo ha solide relazioni familiari e sociali, conduce una vita prevalentemente all’aria aperta, ha un’intensa attività fisica nell’orto o nei campi, mentre l’impegno per il bene diffuso contribuisce a dare un senso alla propria vita.

Gli alimenti delle diete dei centenari

Un alimento comune della dieta di queste zone sono i legumi (la soia a Okinawa, le fave in Sardegna, i ceci ad Ikaria, i fagioli neri a Nicoya…), i cereali integrali e la frutta secca (noci, mandorle, nocciole, pistacchi). 

I legumi, per la ricchezza di fibre, abbassano colesterolo e glicemia e hanno la proprietà di saziare molto, per cui si mangia meno. Nel Sud Italia li si mangiava tutti i giorni. 

Anche il consumo regolare di noci, nocciole e mandorle riduce la mortalità, ma il consumo di legumi è al primo posto. 

Un mastodontico lavoro statistico che ha considerato tutti gli studi su dieta e mortalità ha stimato che se, invece di una tipica dieta occidentale, adottiamo una dieta ricca di questi semi guadagniamo circa 11,5 anni di vita: 2,4 anni grazie ai legumi, 2,2 ai cereali, 1,9 alle noci, 1,8 anni grazie al minor consumo di salumi e altre carni lavorate o conservate e 1,8 grazie alla riduzione di carne rossa fresca. 

Se cambiamo abitudini solo a 60 anni, guadagniamo comunque 8,4 anni di vita e se cambiamo solo a 80 anni ancora 3,4 anni.

Non è mai troppo tardi, dunque, per cominciare a invertire il danno provocato dal cibo nocivo, in particolare dal cibo altamente processato e sovraccarico di zucchero, sale e grassi nocivi.

Gli studi dell’Università di Harvard

Gli studi dell’Università di Harvard, che hanno controllato il cambiamento dei consumi alimentari nel corso di 12 anni delle infermiere e dei tecnici della sanità americani, hanno riscontrato una riduzione dell’8 per cento della mortalità in chi si è allontanato di più dalla dieta americana tipica. 

Insomma, è sufficiente cambiare gradualmente, anche per abituare l’intestino al cambiamento: cominciamo togliendo salumi e bevande zuccherate e introducendo una manciatina di mandorle come aperitivo, un cucchiaio di legumi 3-4 volte a settimana, lo yogurt al posto del latte, poi togliamo il pane bianco e i dolciumi industriali, riduciamo la carne, impariamo i segreti della cucina dei cereali integrali e dei dolci senza zucchero.

E infine, appassioniamoci al cambiamento (alimentare e non solo). Presto, molti esploratori del cambiamento non avranno più bisogno di medicine per il colesterolo, i trigliceridi, la glicemia, il mal di testa e i dolori articolari. 

E se masticheranno bene e a lungo il loro cibo, eviteranno anche i fastidi della pancia gonfia.

Dott. Franco Berrino
Presidente associazione La Grande Via

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